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#1 2021-08-20 18:14:27

pravdania
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Pashtunwali

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tradotto da A case study in national shame, di Dmitry Orlov

L'occupazione americana dell'Afghanistan è fortunatamente terminata, e il modo in cui è finita è assai calzante nei confronti di uno sforzo talmente pretestuoso. Gli Stati Uniti si sono ritirati nel bel mezzo della notte, senza avvertire gli alleati, e lasciando dietro di sé uno stato fantoccio in rapido disfacimento la cui creazione e il cui mantenimento ventennale sono costati più di duemila miliardi di dollari. Per darvi un'idea di questi numeri, l'Afghanistan conta 38 milioni di abitanti, con un salario medio annuo di 581 dollari. Moltiplicando questi due numeri, e il loro risultato per venti, otteniamo 441,56 miliardi di dollari. In pratica, per tutto il periodo di occupazione gli USA hanno speso in Afghanistan più di cinque volte l'intero PIL della nazione!

E con quali risultati? Beh, sotto il controllo americano (più spesso apparente che reale), l'Afghanistan è diventato responsabile di più del 90% delle forniture mondiali di oppio, con un valore di circa 58,5 miliardi di dollari all'anno. Fosse stata anche solo un enorme schema corruttivo per usare fondi pubblici a scopo di narcotraffico, l'avventura afgana è stata inefficiente in maniera pietosa e patetica. E questo è probabilmente il motivo per cui si tende a nasconderla sotto la sabbia. Forse non è particolarmente vergognoso farsi dettar legge da un governo mafioso per chi non possiede vergogna, ma farsi dettar legge da un governo mafioso che non riesce nemmeno a far quadrare i conti è, per un ladro, il disonore più grande.

E forse un disonore ancor più grande è abbandonare intere categorie che i Talebani considerano collaborazionisti con gli USA: traduttori e altro personale di servizio, reclutati e impiegati dalle forze NATO e americane in Afghanistan negli ultimi due decenni. Sarebbe cosa onorevole farli atterrare in America e dotarli di alloggio e pensione. Ma la cosa disonorevole è ciò che di solito gli USA fanno in questi casi: abbandonare i propri alleati appena questi non sono più necessari. Il mondo intero sta a guardare, e la lezione che sta imparando è che gli americani sono in fuga, una fuga rapida e caotica, ed essere alleato con gli americani (o peggio ancora, un loro collaboratore) è patentemente rischioso.

Tuttavia, simili importanti argomenti vengono ignorati con grande cautela. Ciò di cui si parla, invece è... assolutamente nulla. Biden ci ha offerto una prospettiva del suo vuoto mentale, dicendo "Siamo andati [in Afghanistan] per due motivi: per... per...", dopodiché si è bloccato con sguardo vacuo per poi fornire un paio di spiegazioni abborracciate: prendere Bin Laden (che ai tempi si trovava in Pakistan, un alleato americano, godendosi la sua buonuscita della CIA mentre viveva accanto a un'accademia militare) e combattere il terrorismo (un problema che adesso non è mai stato così grande).

Da ciò si potrebbe concludere che l'improvvisata americana in Afghanistan (occupazione ventennale compresa) sia stato un errore tremendo, e sarebbe una conclusione certamente corretta, ma non spiegherebbe le ragioni dell'errore. Come mai gli imperi, soprattutto quelli che stanno morendo, si avventano sull'Afghanistan come una falena sulla fiamma? Il caso di studio seguente proviene dal mio libro The Five Stages of Collapse. Parla dei pashtun, o per dovere di semplicità, dei talebani, che a ben vedere presto gestiranno di nuovo tutto il paese. I talebani sono di etnia pashtun; di recente hanno arruolato molti tagiki, ma ciò non cambia la loro essenza.

Oltre a raccontarci della politica estera americana, la storia dell'Afghanistan e dei suoi talebani è una gustosa novella morale. Puoi avere una pessima opinione di loro: d'altro canto, ciò che loro pensano di te è che tu debba tacere, smammare e non tornare mai più. Potresti subire la tentazione di esprimere loro i tuoi buoni sentimenti di liberà, democrazia, diritti umani, progresso sociale e tecnologico, ambientalismo, uguaglianza di genere e diritti riproduttivi femminili. Si limiteranno a ignorare ciò che per loro è fuffa puerile e stupida.

Con ogni probabilità, tutta la tua civiltà finirà in polvere, senza lasciare altro che qualche ferro rugginoso a sporgere dal cemento armato in pezzi, e loro saranno ancora lì, gli stessi di sempre. La sfida che hai davanti è rispettarli, sapendo per filo e per segno che loro non avranno mai, in nessuna circostanza, il minimo rispetto per te.

I Pashtun

Fra i molti spazi senza governo che si trovano sulla Terra, pochi si sono dimostrati durevoli e capaci di sopportare la violenza imperiale come le zone tribali dei pashtun, a cavallo del labile e incerto confine fra Afghanistan e Pakistan, comprendendo anche l'area delle tribù pakistane del Waziristan. Per qualsiasi invasore, questa fortezza invisibile e inattaccabile ha resistito a tutti i tentativi di imporre una qualsiasi volontà da parte di un governo. Se abbiamo detto "senza governo", è un termine che come al solito male si applica. I pashtun hanno un'autorità alternativa il cui sistema di regole è più antico di qualsiasi Stato. Sono uno dei gruppi etnici più grandi del pianeta, più di quaranta milioni di persone. La loro capacità di resistere agli inglesi, ai pakistani, ai sovietici e adesso ai NATO-americani li rende una delle più grandi storie di successo antimperaliste di sempre. Qual è il guscio di una noce così coriacea? Ecco una domanda interessante, ragion per cui ho deciso di parlare dei pashtun, la tribù più cazzuta di tutte.

Un'altra domanda interessante da porre è: cosa stimola un impero dopo l'altro a scagliarsi inutilmente contro queste terre, sacrificando vite e denaro per conquistare un posto talmente inospitale, impervio, orgogliosamente indipendente e quasi del tutto privo di valore? Non sarebbe più semplice lasciar perdere i pashtun e continuare a prendere a fucilate dei pigmei armati solo di frutti maturi?

Il desiderio di conquistare e soggiogare è tutt'altro che nuovo, e le tribù si sono conquistate e soggiogate a vicenda sin dalla preistoria, ma con l'emergere degli imperi globali sembra essersi introdotto un nuovo elemento: la totale intolleranza verso l'indipendenza completa. Ogni angolo del mondo, non importa quanto piccolo, deve per forza far parte di uno stato (internazionalmente riconosciuto) a sua volta legato ad altri stati da leggi e trattati. L'ordine politico globale non può più tollerare la minima zona bianca sulla cartina politica. Il suo imperativo sembra essere forzare ogni singolo gruppo umano perlomeno a sedersi al tavolo dei negoziati, dove il potente è sempre in vantaggio (o almeno così crede), e firmare così documenti vincolanti. L'esistenza di queste zone bianche pone una minaccia esistenziale per l'intero sistema, ecco perché gli sforzi per eliminarle sono spesso sproporzionati al loro valore o alla loro potenza. Come alieni, i grandi imperi calano dall'alto e annunciano "portami dal vostro capo!" e se il capo non c'è, e se l'unica politica estera di questa tribù è sempre stata descrivibile con la formula "togliti dal cazzo e lasciaci in pace", allora ne nascono fraintendimenti e le cose finiscono sempre male per entrambe le parti. Nominare un fantoccio indigeno che firmi documenti vincolanti per conto delle zone ingovernate, che si vorrebbe far comportare come uno stato nazionale, non funziona.

Potrebbe sembrare che uno stato non riesca ad imporre la propria autorità su un'area, laddove ci sia un sistema di governo non gerarchico, decentralizzato e che si autoapplichi, e dove da sempre si coopera solo quando c'è da unirsi contro una minaccia esterna, cercando inoltre di vendicarsi contro omicidi ingiusti (come la morte di un familiare causata da un drone Predator). È proprio il caso dei pashtun. Il loro antico, eterno codice di condotta è il Pashtunwali, ovvero "la via Pashtun". Si segue il Pashtunwali per essere bravi pashtun. Al contempo, ciò che un bravo pashtun fa è seguire il Pashtunwali. Questo auto-rinforzo fa sì che un pashtun che non segua il Pashtunwali non possa procurarsi l'aiuto di altri pashtun, oltre ad avere un'aspettativa di vita abbastanza bassa: essere banditi dalla società è sostanzialmente una condanna a morte. Fra i pashtun non esiste il diritto alla vita, ma il motivo per non ammazzare qualcuno sul posto. Se ciò vi sembra troppo severo, che vi aspettavate, una gita a Disneyland? Inutile precisare che i Pashtun non possono essere blanditi con offerte di progresso sociale e sviluppo economico, perché queste cose non rientrano nello scopo del Pashtunwali. Lo scopo del Pashtunwali è perpetuare il Pashtunwali, e direi che in questo funziona molto, molto bene.

La società pashtun viene classificata come segmentaria, una sottospecie di acefala (senza capi). Le autorità principali sono gli anziani (malik) che servono un capotribù locale (khan), ma le loro posizioni di comando dipendono sempre e comunque dagli interessi della tribù. Ogni decisione è consensuale, cosa che limita parecchio l'ampiezza di azioni unitarie. Nonostante ciò, in caso di minaccia esterna i pashtun possono nominare un dittatore, e servirlo con obbedienza assoluta sino all'estinzione della suddetta minaccia.

Il Pashtunwali definisce i seguenti concetti-chiave: l'onore (nang) richiede di agire senza riguardo per le conseguenze ogni volta che il Pashtunwali viene violato. È permesso mentire e uccidere per proteggere il nang. La vendetta (badal) richiede "occhio per occhio" in caso di ferimenti o danni, ma consente il pagamento di una ricompensa per evitare spargimenti di sangue. La carcerazione non è accettata né giustificabile. È vista come un impedimento alla giustizia, perché complica il processo di vendetta e preclude il pagamento di un eventuale ricompensa. Ecco come mai l’Afghanistan è stato teatro di spettacolari evasioni carcerarie, dove centinaia di detenuti vengono liberati in manovre simil-militari: l’obiettivo degli attaccanti non è solo liberarli, ma anche ucciderli in seguito o riscuotere da loro le ricompense. La legge dell’ospitalità (nanawatai) impone a ogni pashtun di accogliere e dare rifugio a chiunque lo chieda. Che può essere fucilato poi senza problemi, qualora ce ne fosse bisogno, una volta che supera la soglia di casa e non è più un ospite. Qualsiasi legge che impedisca di accogliere fuggitivi, fungere da complici dopo un misfatto, ostacolare investigazioni ufficiali e cose del genere è una legge priva di significato e ogni tentativo di farla rispettare sfocia automaticamente nel badal.

L’autorità locale di governo pashtun è la jirga, che si riunisce solo in occasioni speciali. Affonda le sue radici nella democrazia ateniese, anche se alcuni studiosi credono che sia ancora più antica. I partecipanti si siedono in cerchio, e ciascuno ha diritto di parola. Non esiste un presidente, secondo il principio che nessuno è superiore agli altri agli occhi del Pashtunwali. Le decisioni si prendono a maggioranza. Chi non le rispetta va incontro a legittimo rogo e omicidio. È significativo che la jirga non ammetta rappresentatività di nessun tipo, in quanto democrazia diretta. Ed è importante notare che la jirga si riserva il diritto di negare ogni accordo preso in precedenza, cosa che rende impossibile ogni trattato secondo la moderna giurisprudenza internazionale. Per finire, solo chi segue il Pashtunwali può prendere parte alla jirga, ogni esterno è automaticamente escluso.

Tutto ciò dovrebbe dare qualche idea sul motivo per cui il Pashtunwali è un problema insormontabile per ogni impero che voglia governare i pashtun. Diamo quindi un’occhiata rapida a qualcuno di questi sfortunati tentativi.

Gli imperi si rompono i denti

Il primo impero moderno a immischiarsi coi pashtun è stato quello inglese, che cercò con grande ottimismo d’imporre loro il codice penale indiano. Quando i pashtun si rifiutarono di riconoscere quel codice come giusto, ne risultò una considerevole serie di spargimenti di sangue. Dopodiché l’inghilterra non cercò più d’imporre un sistema di leggi, ma si rivolse a metodi amministrativi: la loro Politica del Confine Chiuso cercò di segregare le tribù delle pianure da quelle collinari. Una simile condotta fallì completamente nel fermare i massacri e fu abbandonata dopo trent’anni. Alla fine gli inglesi decisero per la conciliazione, riconoscendo le leggi tribali dei pashtun. Dopo ulteriori e ingenti perdite, fuggirono dal paese in fretta, lasciando i pashtun ai pakistani, spesso e volentieri concilianti anch’essi. Il movimento dei talebani, guidato a maggioranza dai pashtun, fu riconosciuto ufficialmente dal Pakistan, che era più che felice di lasciare che i pashtun si autogovernassero. Fino all’11 settembre 2001, data oltre la quale il Pakistan ha cercato di mettere su un teatrino convincente di autorità sui pashtun, allo scopo di accontentare l’alleato americano, col quale oggi non rimane che un timido straccio di cooperazione.

L’Unione Sovietica caracollò in Afghanistan in uno sconsiderato tentativo di difendere il socialismo dalle tendenze controrivoluzionarie, secondo la Dottrina Breznev. Fece così un inutile tentativo di sradicare le identità religiose ed etniche attraverso strategie di soppressione, e per qualche tempo prese con successo il controllo delle zone urbane, mentre la resistenza (a maggioranza pashtun) stabiliva avamposti sulle colline intorno alla capitale di Kabul. I sovietici inoltre bombardarono di continuo il confine col Pakistan, per creare una terra di nessuno. Questo sforzo fu un fallimento spettacolare e creò una massiccia crisi di rifugiati, che garantì ai loro nemici un vasto supporto internazionale. Appena i pashtun riuscirono a mettere le mani sui lanciamissili Stinger, grazie alla CIA e attraverso gli sforzi di Osama Bin Laden, l’URSS perse a poco a poco la capacità di continuare la propria campagna di bombardamenti aerei.

Il tentativo russo di convertire le menti e i cuori dei pashtun fu un fallimento altrettanto epocale. Il codice Pashtunwali chiamava alla vendetta contro le azioni militari sovietiche anche i pashtun più moderati. I pochi saggi che i sovietici riuscirono a corrompere o intimidire persero subito l’appoggio dei loro seguaci. L’URSS si ritirò nel 1988, senza aver fatto alcun progresso, e senza più la volontà politica di proseguire un conflitto costoso e privo di benefici.

Gli americani (più qualche contingente NATO) sono adesso impegnati a ripetere l’esperimento sovietico, con risultati pressoché identici. Ed ecco un fatterello che lo dimostra: il 18 marzo del 2012 Hamid Karzai, il presidente imposto dagli USA, oltretutto di etnia pashtun (ma chiaramente un apostata secondo il Pashtunwali) denunciò gli americani come “demoni” coinvolti in “pratiche sataniche”. La reazione americana fu immediata… zero risposte e ancora meno azioni. Dopodiché gli USA fecero sfilare sui media qualche “esperto” capace solo di ripetere a macchinetta che quella in Afghanistan era, potenzialmente, “un’ottima guerra”. Cosicché possiamo predire il risultato dell’invasione americana: gli USA fingeranno che non sia mai accaduta. Se li si costringerà a parlarne, persisteranno nella loro illusione. Ma sparirà gradualmente dai notiziari, e il popolo americano non saprà più, né gli importerà, ciò che succede in Afghanistan. L’avvio della missione USA fu condotto nell’allucinata speranza di scovare Bin Laden, il quale, a sentire la stampa ufficiale, se ne viveva tranquillo in Pakistan accanto a un’accademia militare. Se qualche aereo di linea dovesse schiantarsi di nuovo su un grattacielo, è probabile che sarà un’altra tribù a essere bombardata sino allo sfinimento.

Un metodo che funziona

Approcciare i pashtun in maniera costruttiva è difficile, ma non impossibile: in tempi migliori, furono i pakistani a ottenere più risultati. Offrirono liberamente ai pashtun quei pochi doni che questi ultimi ritenevano accettabili, apprezzabili e utili. Diedero ai pashtun un senso di partecipazione tramite un grande pubblico e una voce collettiva. Allargarono l’orizzonte temporale della diplomazia riconoscendo i pashtun come vicini permanenti, stringendo legami tradizionali e relazioni a lungo termine. Tutte queste attività erano ispirate dalla consapevolezza che ogni tentativo d’imporre l’ordine senza un’autorità sentita come legittima sarebbe fallito, oltre alla lezione che per i pashtun una simile autorità deve provenire dall’interno, rimanere autonoma, ed essere decentralizzata.

In parte, questi successi si devono alla natura del Pakistan, uno stato debole con poche risorse. Ma finché ci saranno possenti imperi militari che scorrazzano per il pianeta in cerca di prede (non per molto, si spera) possiamo attenderci che ogni tot uno di essi arrivi e, come i suoi antesignani, si rompa le zanne contro il Pashtunwali. Si potrebbe pensare che abbiano imparato la lezione, ma ecco una semplice regola da tenere a mente: la lungimiranza di un gruppo gerarchico è inversamente proporzionale alla sua grandezza, e i grandi imperi militari sono così giganteschi, e quindi così stupidi, che non imparano mai nulla.

Questa traduzione è dedicata a Imane El-Kouaihi


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